Il Ju Jitsu

LA LEGGENDA

 

Una leggenda fa risalire la “scoperta” dei princìpi del Ju jitsu all’intuizione avuta, molti secoli fa, dal medico Shirobei Akiyama. Egli aveva studiato le tecniche di combattimento del suo tempo, in particolar modo le arti cinesi legate alla pratica della medicina tradizionale orientale, senza però ritenersi convinto del risultato. Contrariato dal suo insuccesso, per cento giorni si ritirò in meditazione nel tempio di Daifazu a pregare il dio Tayunin affinché potesse migliorare. Osservò un giorno, durante una abbondante nevicata, che il peso della neve aveva spezzato i rami degli alberi più robusti lasciandoli spogli. Posò, allora, lo sguardo su un albero rimasto miracolosamente intatto: era un salice, dai rami flessibili. Ogni volta che la neve minacciava di spezzarli, questi si flettevano lasciandola cadere e riprendendo subito dopo la posizione naturale. L’ importanza del principio della non resistenza diede origine ad una delle scuole più antiche di Ju jitsu, la Yoshin ryu, “Scuola del Cuore del Salice”.

 

LE ORIGINI

 

Nell’epoca feudale, per tutto il periodo del medioevo giapponese, che durò molto più a lungo che in Occidente, la definizione di “Ju-Jitsu” (l’arte, la tecnica dell’adattabilità, della cedevolezza) si attribuiva genericamente alla forma di combattimento a mani nude – in alcuni casi con armi – praticata all’interno di una moltitudine di Ryu (le scuole di arti marziali) disseminate per il Giappone. Nel 1876, in epoca Meiji, un decreto imperiale privò i Samurai (i Guerrieri di Alto Rango) del diritto di portare la Katana (la Sciabola) e il Wakizashi (letteralmente “Compagno di Cintura”, una sciabola più corta), detti anche Daisho (Grande e Piccolo).

Le scuole, i Ryu, custodivano il Densho (il libro o Documento segreto) che veniva tramandato dallo Shodai (il Fondatore del Ryu) o Soke, e in seguito dal Sensei (il Maestro del Ryu), al Discepolo Migliore della Scuola, detto Juku-Gashira. Spesso il Juku-Gashira era il figlio dello Shodai o del Sensei e di conseguenza gli veniva attribuito il titolo di Waka-Sensei (giovane maestro). Il Densho racchiudeva le spiegazioni delle tecniche segrete di combattimento lasciate in eredità dagli antichi Bushi (i guerrieri) e poteva essere reso noto dal Soke solo solo agli adepti della scuola. Era gelosamente custodito dal Clan, anche a costo della vita, e aveva diversi livelli di divulgazione anche all’interno del Ryu stesso. I discepoli più fidati potevano accedere agli Okuden (i Segreti più reconditi), mentre gli altri allievi avevano accesso all’Omote (la parte più superficiale e semplice delle nozioni).

 

LA PRIMA APPARIZIONE IN ITALIA

 

Il Ju Jitsu, o “Lotta Giapponese” come allora era denominata, fece la sua prima apparizione in Italia nel 1908 nel corso di una manifestazione alla presenza dei Reali d’Italia grazie a due sottufficiali della Regia Marina, il cannoniere Raffaele Piazzolla e il timoniere Luigi Moscardelli, che lo avevano appreso durante il loro servizio in Estremo Oriente. Questa esibizione suscitò grande interesse, ma rimase fine a se stessa, come semplice fatto curioso, orientale. Quello che non riuscì ai due “pionieri” riuscì a un altro sottufficiale, il cannoniere Carlo Oletti, che frequentò gli stessi corsi dei suoi colleghi rimpatriati: sotto la guida del Maestro Matsuma, campione della Marina militare nipponica, egli praticò il Ju Jitsu, che approfondì nei Ryu di Nagasaki, Miatsu, Hokodate e Tauruga.

In Italia si riparlò di Ju Jitsu nel 1921, quando fu istituita alla farnesina, a Roma, la Scuola Centrale di Educazione Fisica per l’Esercito. Il Colonnello Comandante inserì tra gli Sport anche il Ju Jitsu, chiamando a dirigere i corsi proprio il Sottufficiale Carlo Oletti, che conservò l’incarico sino al 1930. In questi dieci anni si qualificarono 150 ufficiali “esperti” e 1500 sottufficiali “istruttori”.

La “Lotta Giapponese” comparve la prima volta in un circolo sportivo civile nel 1923, presso la palestra Cristoforo Colombo di Roma. Nel 1925 gli esperti cultori di Ju Jitsu, che sino ad allora avevano praticato presso enti militari e in circoli sportivi civili, si riunirono con quelli di Judo e fondarono la Federazione Italiana Ju Jitsu e Judo, che poco più tardi assunse il nome di Federazione Italiana Lotta Giapponese. Il primo presidente fu Giacinto Pugliese. Dopo la guerra e la forzata interruzione delle attività federali dovuta alle controversie degli avvenimenti politici e bellici dell’epoca, numerosi Dojo di Ju Jitsu erano presenti in tutta Italia sostenuti da molti appassionati di questa disciplina.

Nel 1947 il Judo si staccò dalla Federazione perchè integrato dal Coni come disciplina sportiva della Fiap (Federazione Italiana Atletica Pesante). Il Ju Jitsu manteneva, invece, i presupposti prettamente legati allo spirito originale della disciplina, la Difesa personale e il Combattimento.

Tra le scuole Italiane si distinse quella del maestro Gino Bianchi, esperto e studioso di Ju Jitsu, che codificò un Programma Tecnico (Settori) a uso dei praticanti: il cosiddetto “Metodo Bianchi“.

Nel corso dei decenni, in Italia, il Ju Jitsu ha subito diverse vicissitudini politico-sportive che lo hanno portato solo nel 1985 a far parte di nuovo di una federazione olimpica: la Filpjk (oggi Fijlkam).

Nel 1998 si sono affiliate in Italia più di 150 società, con un numero di tesserati che, tra il 1996 e il 1997, ha avuto un incremento del 50 per cento sugli anni precedenti. Questo è il risultato del lavoro della Commissione tecnica nazionale Ju Jitsu Fijlkam, che ha riorganizzato e sviluppato Programma Tecnico basato sul menzionato Metodo Bianchi, inserendo lo stile della scuola tradizionale Hontai Yoshin Ryu.

La forte crescita di praticanti deriva anche da un aumento della richiesta di corsi di Difesa Personale: quale risposta tecnica migliore si può offrire a questa necessità? Il programma da svolgere è interessante e colpisce per la sua efficacia pratica: prevede ogni tipo di gesto tecnico e comprende proiezioni, percussioni, leve articolari e tutto quello che serve nel corpo a corpo o nel combattimento a corta distanza. È importante però che i principianti apprendano i punti fondamentali della pratica e dello studio marziale: si devono dunque evidenziare durante l’apprendimento le caratteristiche etiche ed educative della tradizione degli antichi Ryu e infondere uno spirito di reciproca collaborazione tra gli allievi per progredire insieme.